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La teoría de la bolsa de la ficción
Per evitare che non rimangano altre storie da raccontare, alcune di noi qui fuori, esiliate, in mezzo all’avena selvatica, pensiamo che sarebbe meglio iniziare a raccontare un’altra storia a cui, forse, le persone possano dare continuità quando quella vecchia sarà finita. Forse. Il problema è che tutti noi ci siamo lasciati trasformare in parte del racconto dell’assassino, e così potremmo finire insieme a lui. È per questo che, con un certo senso di urgenza, cerco la natura, il soggetto, le parole dell’altro racconto, la storia non raccontata, la storia della vita.
Cosa succederebbe se l’eroe non fosse il personaggio più importante del racconto e le storie non fossero articolate da un conflitto? Cosa accadrebbe se i racconti fossero strutturati da molteplici attori e processi?
In questo saggio, Ursula K. Le Guin propone un modo diverso di narrare, basato su borse, contenitori e fasci, invece di armi e oggetti appuntiti. Le Guin riprende le tesi dell’antropologa Elizabeth Fisher, che affermò che "il primo dispositivo culturale fu probabilmente un contenitore". Da lì costruisce una matrice narrativa a forma di borsa per la fiction e anche per la storia generale dell’umanità. Il conflitto è presente, ma non è l’unico fattore rilevante: la borsa di Le Guin è "piena di inizi senza fine, di iniziazioni, di perdite, di trasformazioni e traduzioni, molti più trucchi che conflitti, molti meno trionfi che trappole e deliri".